Allergie in pediatria

Forse non tutti sanno che esiste una predisposizione genetica a diventare allergici, ma di certo non si nasce allergici.

La familiarità, infatti, svolge un ruolo determinante nella precocità di insorgenza della sindrome asmatica: in oltre il 70% dei bambini asmatici c’è una familiarità positiva per asma bronchiale o per altre allergopatie.

Infatti si può avere anche la predisposizione a fare allergia ma non manifestarne mai, durante l’arco di tutta la vita, i sintomi franchi; questa evenienza, ahimè, è abbastanza rara ai giorni nostri.

Da una recente ricerca è stato confermato l’effetto protettivo del latte materno nei confronti delle allergie.

Infatti, se un bambino con predisposizione allergica viene allattato esclusivamente al seno per almeno quattro mesi, nei primi sei anni ha una netta riduzione del rischio di diventare asmatico rispetto ad un bambino predisposto che è stato allattato artificialmente.

In realtà prima che si manifestino i sintomi bisogna venire a contatto con la sostanza responsabile dell’allergia, sia esso un farmaco, un alimento, un imenottero oppure un inalante, in modo che l’organismo possa sensibilizzarsi.

La diagnosi di un’allergia può essere fatta in tanti modi, anche se i più diffusi sono senz’altro due: test cutaneo (Skin Prick Test) e prelievo del sangue (RAST).

Nella prima indagine diagnostica si provano direttamente sulla pelle piccole goccioline di sostanze, dette allergeni, che potrebbero essere responsabili dell’allergia del bambino; nella seconda indagine si cercano nel sangue anticorpi specifici, detti IgE, presenti in una certa quantità soltanto in caso di sensibilizzazione e quindi di allergia conclamata.

I tests allergici, contrariamente a ciò che si pensava almeno fino ad un decennio fa, possono essere fatti a qualsiasi età; hanno un’ottima attendibilità e non ha alcun fondamento la diffusa convinzione, purtroppo anche in ambiente medico, in particolare riguardo ai tests cutanei, che non possono essere fatti prima dei 3-4 anni, come ormai dichiarano apertamente tutti gli studi scientifici di maggiore rilievo in campo allergologico.

Per ragioni di incidenza statisticamente rilevante parleremo di allergie alimentari e respiratorie.

L’allergia alimentare ha un’elevata incidenza nel lattante e nel bambino, pertanto è una patologia che si riscontra spesso negli ambulatori pediatrici.

I più frequenti allergeni alimentari, responsabili essenzialmente di sintomi come dermatite, diarrea, orticaria, vomito, scarso accrescimento staturo-ponderale, sono le proteine del latte vaccino, l’uovo, il grano, il pesce e la frutta secca (noci, arachidi, noccioline e mandorle).

L’allergia respiratoria coinvolge circa il 5-8 % dei bambini e gli allergeni più diffusi sono gli Acari Maggiori e le Graminacee.

Se il bambino è allergico agli acari, bisogna avere qualche maggiore accorgimento nelle pulizie: lavare frequentemente (ogni 5-7 giorni) le lenzuola, con acqua molto calda (oltre 55°C); lavare spesso coperte e sopracoperte (ogni 7-14 giorni); tutti i giorni arieggiare lenzuoli e coperte; lavare frequentemente tende e tappeti; per le pulizie usare aspirapolvere con filtro Hepa e stracci bagnati e non eseguirle in presenza del bambino; se si ha l’aria condizionata, pulire spesso i filtri.

E’ importante chiarire che, in realtà, non si è mai allergici “alla polvere”, ma ad un microscopico ragnetto, chiamato appunto acaro, che può trovarsi nella polvere di casa, in quanto si nutre dei residui quotidiani della nostra pelle.

Quindi è più appropriato parlare di allergia “agli acari” e non alla polvere.

Saperlo è utile per individuare gli ambienti più problematici: non tanto quelli polverosi, come la soffitta, ma invece i posti dove le persone si fermano a lungo, come i letti, i divani, i tappeti e quindi le abitazioni, gli studi, le scuole.

Dott. Stefano Geraci – Pediatra

Tanoressia: un desiderio di abbronzatura che diventa patologia

Tempo di estate: mare montagna o città non fanno differenza per un po’ di abbronzatura; tutto sommato neanche la stagione fa molta differenza, perché sono sufficienti pochi minuti di esposizione a lampade artificiali e solarium per garantire un bel colorito bruno anche in assenza di sole. In aggiunta, le comodità dei voli transcontinentali, che in poche ore permettono di raggiungere i paesi caldi, quando da noi l’inverno è alle porte, consentono di disporre dei vantaggi climatici per recuperare energia fisica e psichica.
Il sole è certamente indispensabile all’organismo umano; basti pensare alla funzione che i raggi solari hanno sull’assorbimento della vitamina D, importante regolatore del metabolismo del calcio e determinante nel processo di mineralizzazione della struttura ossea. Più che una vitamina, la D è un pro-ormone, naturalmente presente a livello cutaneo, ma in qualità di precursore della vitamina D, cioè in una forma non attiva, la quale, per passare allo stato attivo, ha bisogno dell’esposizione ai raggi solari; solo così possono attivarsi le funzioni ad essa collegate, ossia l’aumento dell’assorbimento intestinale del calcio e la mineralizzazione dell’osso. Sebbene fonti di vitamina D possano essere corrisposte attraverso l’alimentazione, la principale fonte è quella sintetizzata a livello cutaneo, proprio per effetto dei raggi solari. Generalmente un’esposizione ai raggi solari di 10-15 min. due o tre volte a settimana può garantire una quantità di vit. D sufficiente ad un organismo in condizioni fisiologiche.
Una corretta esposizione al sole favorisce, inoltre, la normalizzazione del ritmo circadiano sonno-veglia, poiché i raggi UV regolano la produzione di melatonina, le cui disfunzioni sono responsabili dell’insonnia.
Il sole svolge anche una funzione nella regolazione dell’umore. In particolare, il passaggio all’autunno e all’inverno può incidere sui sistemi di regolazione dell’umore, determinando in alcuni casi quei disturbi denominati depressivo – stagionali, per i quali, in ambito clinico, si ricorre a trattamenti che utilizzano la luce (Light Therapy).
Molti altri studi evidenziano l’utilità di una corretta esposizione al sole in altri campi che interessano la salute, tra cui anche il controllo del rilascio dell’insulina.
Quando però si parla dei vantaggi, deve essere chiaro che l’esposizione al sole non può essere incondizionata, in quanto, se inadeguata, è certamente causa di tantissimi eventi dannosi, quali le patologie tumorali della pelle, per le quali sia l’OMS sia le associazioni dei dermatologi hanno dichiarato lo stato di allarme. Affinché si possano evitare i rischi dell’esposizione al sole, sono state divulgate delle informazioni riguardanti i tempi di esposizione, in base al fototipo, e agli orari in cui è opportuno esporsi.
Nella pratica comune, però, l’esposizione al sole è prevalentemente utilizzata per fini estetici, nell’aspettativa di raggiungere un colorito più gradevole. A questo scopo, si fa uso anche di lampade o docce solari, con l’idea che l’abbronzatura artificiale sia più persistente rispetto a quella dei raggi del sole. C’è una correlazione tra tipologia delle radiazioni e potere abbronzante: le lampade che emettono radiazioni ultraviolette combinate di tipo A e B, più simili a quelle solari, consentono un’abbronzatura non immediata, più lentamente raggiungibile, rispetto a quelle che utilizzano solo raggi UVA; queste ultime, nonostante siano più diffuse e consentano di abbronzarsi rapidamente, sono certamente più nocive e vanno evitate.
L’effetto abbronzatura è determinato dalla produzione di melanina, responsabile della colorazione bruna della pelle, come risposta all’esposizione ai raggi solari.
Il risultato di questo cambiamento è piacevole e per questo ha solitamente un impatto positivo sul tono dell’umore.
Quando però l’aspettativa dell’abbronzatura diventa un’ossessione, ossia quando un soggetto non riesce a fare a meno di esporsi al sole o a lampade solari, si creano dei meccanismi di compulsione, simili a quelli che si manifestano nelle dipendenze patologiche. S’instaura quindi un processo psicopatologico, molto simile a quello dei giocatori d’azzardo o dei soggetti dipendenti da internet, dal sesso o dal cibo. Questo stato patologico è denominato tanoressia, termine derivato da tanning (abbronzatura).
Al pari di quanto avviene nei soggetti con un disturbo del comportamento alimentare, si sviluppa un senso d’inadeguatezza nei confronti del proprio corpo, per cui, la necessità di un cambiamento induce a perseguire il desiderio di procurarsi sempre un maggior colorito alla pelle attraverso l’abbronzatura. Questa condizione genera un notevole disagio psichico, alla base del quale interagiscono percezioni corporee alterate, bassa autostima e autolesionismo, per cui il soggetto non riesce ad accettarsi e immagina di poter risolvere il proprio disagio attraverso il cambiamento che il colore di un’abbronzatura gli potrebbe apportare. Quindi accede a un uso indiscriminato di sistemi abbronzanti che, a breve termine, gli procurano attenuazione dell’ansia e ciò, a sua volta, un rinforzo positivo di questo comportamento. Nel tempo si creano delle condizioni di craving, cioè di desiderio incoercibile di continuare a esercitare pratiche abbronzanti, fino ad arrivare all’addiction. In questo processo, al pari di altre dipendenze patologiche, sono coinvolti numerosi neurotrasmettitori umorali e viene attivato in maniera anomala un sistema cerebrale detto “di gratificazione” o “di rinforzo”, che in condizioni normali serve a dirigere il comportamento umano (e anche quello animale) verso funzioni che garantiscano la sopravvivenza dell’individuo (ricerca di cibo e acqua) e della specie (sesso e funzioni riproduttive). Da un punto di vista anatomico, questo sistema coinvolge un’area denominata cortico-meso-limbica, di cui fa parte il nucleo accumbens, una piccola regione ricca di dopamina, che riveste una funzione centrale nel meccanismo delle dipendenze ed è collegata con l’amigdala, con un ruolo molto importante nelle emozioni, nella motivazione e nei comportamenti correlati al“reward” (ricompensa).
I fattori eziologici della tanoressia sono certamente multifattoriali e tra questi hanno un ruolo rilevante quelli ambientali, le pressioni sociali, la moda e i valori attribuiti alla bellezza e all’estetica.
Uno studio condotto recentemente in Italia ha evidenziato che la tanoressia colpisce maggiormente adolescenti e giovani adulti, per lo più donne, con un target di età compresa tra sedici e quarant’ anni, con prevalenza nelle regioni dell’Italia settentrionale.
Adeguate campagne di sensibilizzazione su tale rischio potranno certamente essere vantaggiose a prevenire l’incidenza di questo nuovo disturbo emergente e in senso lato di tutti i fenomeni di dipendenze, comprendendo anche le cosiddette “nuove dipendenze”, le quali, non interessando l’uso di sostanze, potrebbero a torto sembrare meno nocive. Altrettanto importante potrebbe essere un lavoro capillare orientato a indagare i fattori di rischio e i determinanti sociali e ambientali di malattia, prevalentemente tra gli adolescenti e i giovani adulti, per prevenire e limitare i comportamenti a rischio e riducendo contemporaneamente i fattori di stress ambientali, riguardanti l’ambito della famiglia, della scuola, del gruppo dei pari.

Dott.ssa Maria Claudia Quarta

Copyright © 2012 - Trono Consulting Srl All rights reserved - e: info@sosgenitori.it - t: +39 346 7067060 - f: +39 051-0822061
Trono Consulting Srl - P.I. 01996980502 - Via Vespucci, 11 - Santa Croce sull' Arno (PI) - Capitale sociale i.v. 25.000 euro
Agenzia di Ricerca e Selezione del Personale
Iscritta all'Albo delle Agenzie per il Lavoro - sez. IV
MMinistero del Lavoro e Politiche Sociali - Aut. MIn. prot. 13/II/0009764 del 07/07/2011