17 September 2010 3 Comments

Emozioni: nemiche amiche

Se noi ci fermiamo ad analizzare in modo obiettivo (difficile, se non impossibile) le nostre emozioni ci rendiamo conto di quanto siano presenti nella nostra vita.
Purtroppo spesso la nascondiamo dietro la ragione, la giustifichiamo, con mille frasi che sono logicamente inattaccabili, e nel momento stesso in cui la perdiamo di vista non riusciamo più a dare un nome alle nostre emozioni. In quel preciso istante siamo possibili prede dell’Attacco di Panico.
Cosa è l’attacco di panico? Ci sono libri, manuali, che parlano dell’argomento, scritti da fior fiore di psichiatri, che descrivono questa “situazione” come una malattia.
Ma è lecito chiamarla malattia?
Malattia è un termine strettamente medico, che presuppone la cura tramite il farmaco.
L’attacco di panico è un cattiva interpretazione delle nostre emozioni e sensazioni. Non riconosco più le mie emozioni come qualcosa di naturale, ma le vivo come esageratamente forti e nuove.
Solitamente l’attacco di panico ha una sua ragione come tutti i nostri movimenti “psichici”. L’attacco di panico è sempre funzionale alla mia vita, anche se può apparire il contrario.
Mi permette di non trovare delle spiegazioni che mi farebbero troppo male, di fare delle scelte che non sarei in grado di sopportare.
L’attacco di panico mi permette da “malato” di avere delle attenzioni in più che altrimenti non avrei.
Si presenta solitamente nelle persone con una bassa stima delle proprie capacità.
Persone che non si reputano in grado di poter affrontare eventi normali della vita quotidiana perché non si considerano abbastanza intelligenti per farlo.
Purtroppo la “colpa” iniziale può essere rintracciata nelle figure genitoriali.
Quante volte i nostri genitori ci hanno mostrato i nostri errori, quante volte ci hanno messi di fronte ai nostri sbagli? Molte, forse troppe; purtroppo sono pochi i genitori che si ricordano di far presente le vittorie e gratificare i propri figli.
ATTENZIONE! Gli eccessi sono sempre negativi in entrambi i casi!
Anche non correggere mai il proprio figlio genera in lui futuri problemi di adattamento sociale.
Filippo 9 anni: perde ad una partita di biliardino, si arrabbia con chi gioca con lui perché incompetente, vorrebbe picchiare l’avversario perché ha vinto. I genitori, invece di intervenire, spiegare a Filippo che puoi essere bravo, ma ci può essere chi è più bravo di noi in alcuni campi, perché nella vita non si può saper fare tutto, e utilizzare questa situazione come strumento educativo; si avvicinano al biliardino, fanno le dovute misurazioni e confermano la tesi del figlio:  “Hai perso perché il biliardino era in pendenza“.
Questo bambino non può permettersi di sbagliare, di non essere il migliore, i genitori non gli permettono la sconfitta, in qualche modo bisogna trovare una scusa per essere il migliore.
Tutto questo porta ad una cattiva valutazione delle proprie capacità, e porterà da grandi a problemi, da adulto non sarà in grado di sopportare le frustrazioni, le sconfitte e quando si troverà solo ad affrontarle probabilmente si troverà di fronte a problemi, non si riconoscerà più come il bambino vincente, sentirà di aver deluso le figure genitoriali.
Le regole vanno date, gli errori individuati e gli sbagli corretti, ma una cosa è dire la frase: “Hai sbagliato, può succedere nella vita, questo ti potrà servire da insegnamento” ed un’altra cosa è dire: “Hai sbagliato, sei proprio un asino, non capisci proprio nulla!” Mai offendere o inveire contro i nostri figli, si possono dare delle regole anche dimostrando amore e comprensione, ma pur sempre con fermezza.
I nostri figli, come del resto noi in passato, hanno bisogno di sapere sia dove sbagliano, sia dove hanno fatto ottimi risultati.
In entrambi i casi evitare sempre regali o punizioni in denaro o in beni materiali.
Se ci concentriamo sul nostro passato possiamo ben vedere quanto fosse più importante per noi la lode di un genitore, piuttosto che una bicicletta nuova; quanto fosse meravigliosa una giornata con i nostri genitori, ad un acquario, una fattoria didattica, a un parco con gli amici, piuttosto che una bambola o un gormita! Quanto era importante per noi avere l’approvazione dei nostri genitori? Quante volte l’abbiamo avuta?
Riflettendo su queste due domande possiamo facilmente capire cosa potrebbe essere bene per i nostri figli senza ricorrere a premi materiali o parole offensive.
Sicuramente quello del genitore è in assoluto il compito più difficile, stiamo affrontando la prova più difficile della nostra vita e nonostante le buone intenzioni, mettiamo in conto che abbiamo sbagliato, stiamo sbagliando e sbaglieremo, ma questo non significa che non dobbiamo cercare di fare il meglio.
I nostri sbagli possono servire ai nostri figli per capire che nessuno è perfetto, che ci possiamo permettere di sbagliare, l’importante è rendersene conto e cercare di migliorare.
Dopo ciò che ho scritto si potrebbe presumere che mio figlio crescerà perfetto perché conosco la teoria!
Ringrazio chiunque l’abbia pensato per la stima accordatami; ma sicuramente mio figlio crescerà come tutti gli altri: con i miei sbagli. Questo perchè le emozioni che ci guidano lo fanno anche nel difficile compito del genitore.
Anche io come tutte le madri in momenti di forti emozioni ho sculacciato mio figlio. Potrei giustificarmi a livello razionale dicendo che avevo delle buone ragioni, ma non sarebbe corretto; quelle che mi guidavano erano delle forti emozioni, non era la ragione a guidare il mio comportamento, ma solo l’emozione.

Dott.ssa Luisa Vaselli

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3 commenti »
  1. Carissima Luisa, quello che dici è tutto vero! Io non sono una psicologa, come tu sai, ma qualcosa sull’argomento hoavuto il piacere di leggerlo, di ascoltarlo e ovviamente di condividerlo.
    Anch’io spesso ho sbagliato guidata dalle forti emozioni, ho sculacciato e brontolato i miei bambini quando, se avessi riflettuto un po’ più a lungo, avrei sicuramente potuto evitarlo…
    Quello però che cerco sempre di fare è insegnare ad entrambi che non c’è cosa più vera del detto “sbagliando si impara”, quindi SBAGLIARE è fondamentale per crescere! Io ho avuto la fortuna di avere una grande mamma… spero tanto anch’io di riuscire nel mestiere più difficile della vita!

    Comment by Stefania Santopadre — September 19, 2010 @ 11:00 pm

  2. Credo sia stata fatta molta confusione fra emozioni, attacchi di panico ed educazione da dare ai figli. Il rischio è di generare malintesi e sensi di colpa immotivati. Ci vorrebbe più attenzione

    Comment by Sonia — September 28, 2010 @ 12:15 pm

  3. Rispondo volentieri a questo parere.
    Mi dispiace deludere chi ha scritto questo commento; ma purtroppo non è stata fatta alcuna confusione tra attacchi di panico ed emozioni e neppure con l’educazione dei figli. E’ stata fatta molta attenzione nel cercare di non colpevolizzare i genitori, ma solo di renderli consapevoli del potere che esercitiamo. Sono dispiaciuta della risposta perché forse non sono riuscita a centrare bene l’argomento, se è così provo a rimediare.
    Noi siamo il risultato dei geni e dell’educazione dei nostri genitori. Non è una colpa, è solo il normale svolgimento della vita.
    Ogni stato di malessere è una “ e – mozione ” (dal latino ex – movere), cioè qualcosa che nasce dentro e va verso l’esterno. Le emozioni sono dunque tutte psicosomatiche, sono esperienze che coinvolgono contemporaneamente il corpo e la mente. Un senso di vertigine un movimento degli arti, un’iperventilazioni, etc. sono tutte manifestazioni corporee, senza le quali non potremmo avere nessuna emozione. Purtroppo nel panico queste manifestazioni, che normalmente fanno parte della nostra vita vengono esasperate, cognitivamente distorte.
    Perché questa distorsione? Cosa porta il mio cervello a distorcere la catalogazione di questi segnali normali del mio corpo?
    L’attacco di panico è solo il sintomo di qualcosa che nella mia vita non funziona, è un segnale d’allarme, più che un nemico da cui guardarsi è un “amico” che ci indica a modo suo la strada. Il suo compito è quello di interrompere un processo che va verso lo squilibrio emotivo.
    Nella maggior parte dei casi (non è un opinione personale), si manifesta in soggetti con una bassa stima delle proprie capacità.
    Da dove viene la stima di Sé?
    Sono tre gli ingredienti necessari perché questa torta lieviti bene (C. Andrè, F. Lelord):
    1) L’amore di Sé: la consapevolezza del proprio valore è la componente più importante. Questa componente dipende in buona parte dall’amore che la nostra famiglia ci ha elargito nella nostra vita. Le carenze della stima di Sé che risalgono a questo periodo della vita sono indubbiamente le più difficile a cui porre rimedio.
    2) La visione di Sé: la valutazione fondata o meno che noi facciamo delle nostre qualità e dei nostri difetti. In questo caso l’importante è non come siamo realmente, ma come ci percepiamo. La visione che abbiamo di noi stessi deriva dal nostro ambiente familiare, in particolare dai progetti che i nostri genitori avevano su di noi. A volte purtroppo i genitori proiettano sui figli i desideri che non hanno saputo o potuto realizzare nella loro vita. Purtroppo questi non sempre corrispondono ai desiderio, ed alle capacità dei figli. Così il rischio di deludere il genitore grava sulla testa del figlio.
    3) La fiducia in Se stessi: si applica alle nostre azioni, significa pensare che si è capaci di agire in maniera adeguata nelle situazioni importanti. Anche questa viene dall’educazione che ci viene impartita in famiglia ma anche a scuola. Un esito negativo viene presentato al bambino come una conseguenza possibile, ma non catastrofica del suo modo d’agire? Viene ricompensato (non in beni materiali) anche per aver tentato di raggiungere uno scopo, e non solo quando ci riesce? Gli si insegna che sbagliando s’impara?

    Così per insegnare ai nostri figli che si può sbagliare, e che sbagliando s’impara è necessario che ci facciamo carico di questo peso: come genitori possiamo sbagliare, la cosa fondamentale è imparare dai nostri errori.
    Credo sia importante essere consapevoli del potere che abbiamo come genitori, la cosa fondamentale è imparare a conoscere il modo migliore per esercitarlo.
    L’articolo non voleva demonizzare gli sbagli dei genitori, l’intento era quello di far comprendere che se un figlio sbaglia è importante fargli capire l’errore, ma è fondamentale anche far presente quando si comporta in modo corretto. Se noi ricordiamo ai nostri figli i loro errori, se vogliamo solo la perfezione perdiamo di vista le loro reali attitudini, i loro limiti, creeremo degli adulti con problemi. Pensate a quanto ci faceva piacere un brava/o dai nostri genitori, e come ci faceva sentire importanti un riconoscimento da parte loro. Bisogna incoraggiare i nostri figli, quando ci rendiamo conto che hanno dato il massimo, anche se non hanno raggiunto lo scopo che si erano prefissati, è lì che possiamo aiutare la stima di sé.
    Se sbagliamo come genitori (sicuramente lo abbiamo fatto, lo facciamo e lo faremo), non dobbiamo fustigarci sulla pubblica piazza, è necessario solo sapere che anche nei nostri sbagli possiamo insegnare ai nostri figli qualcosa: nessuno è perfetto (per fortuna!).

    Comment by Luisa — September 29, 2010 @ 10:52 am

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